Allenamento Itinerante sull’Altopiano di Canfaito

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Allenamento Itinerante sull'Altopiano di Canfaito --- Elcito - 20 nov 2016 - 08:00

Canfaito2016_fbDomenica 20 Novembre proponiamo ai nostri soci un allenamento itinerante nella Riserva Naturale del Monte San Vicino e Monte Canfaito. Lungo il percorso attraverseremo l’Altopiano di Canfaito, con le sue faggete ricche di esemplari plurisecolari, con vedute sul suggestivo arroccato medievale di Elcito e scorci che, meteo permettendo, vanno dal mare ai Monti Azzurri, ai Monti della Laga, ai massicci più imponenti sempre del vicino Abruzzo.
Partenza con auto proprie da Civitanova alle ore 08:00. Pranzo al sacco.
Programma dettagliato nella discussione ‘Allenamento Canfaito‘ del forum privato riservato ai soli iscritti nella sezione Spazi Sociali del sito (collegarsi per accedere).

Caratteristiche del percorso

Adatto a tutti – Dislivello 150 m. in salita – Distanza 9 km. circa.

Abbigliamento

Scarponcini tipo trekking, felpa pesante, giubbino antivento/antipioggia, copricapo, guanti e cambio completo in auto.


Le foto

nordic walking canfaito


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9 commenti su “Allenamento Itinerante sull’Altopiano di Canfaito
  1. Roberto Guarnieri Roberto Guarnieri scrive:

    Paesaggi da favola in questa escursione. Boschi incantati, colori morbidi e paesini arroccati su cime impervie. Oltre a mucche al pascolo con annessi e connessi.
    Assieme ai Green abbiamo attraversato luoghi davvero stupendi, ricchi di emozioni come ricca è la storia della nostra Regione. Ancora una volta assistiti dal buon tempo e dalla temperatura mite. Le splendide foto testimoniano più di mille parole la bellezza della giornata.
    E speriamo incoraggino tutti a partecipare alla prossima uscita!

    Ieri si diceva che le nostre avventure, ormai, si scrivono da sole. Concludiamo quindi (per ora) la Trilogia Del Carretto e torniamo ancora una volta all’autunno del 1116 e alla Compagnia di ventura delle Valli Della Marca che è intenta, come al solito, a vagare tra le terre marchigiane agli ordini del prode Renato

    Maurizio da Civitanova, con espressione preoccupata, imboccò il quadrivio e tirò le redini dei cavalli fermando il carretto al centro dell’incrocio. Con sopra Adriana, Vanessa da Potentia, Roberto da Guarnera e Flavio, era la quarta volta che percorreva la medesima strada.
    La nebbia del primo mattino copriva le colline fondendosi con le nuvole basse e avvolgendo il paesaggio con una cappa grigia e ovattata
    “Quale sarà lo quadrivio descritto da Renato?” si chiese grattandosi il capo perplesso. “E’ lo terzo che imbocchiamo.”
    “Non descrisse forse un incrocio nei pressi del lebbrosario di San Severino?” rispose Adriana guardandosi attorno.
    “Qui è pieno di bivi, crocicchi e incroci di ogni sorta” Vanessa si tirò in piedi sulla sponda del carro e vagò con lo sguardo “A me paron tutti uguali.”
    Nessuno fece in tempo a rispondere che, in su la via, apparve un cavallo bianco malnutrito che procedeva al gran galoppo verso di loro. In un attino distinsero la veste purpurea e il bastoncino spiegato del loro condottiero.
    “Orsù, razza di lavativi” ruggì Renato non appena arrivato davanti a loro.
    Con gli occhi spiritati, l’arme in pugno e il volto paonazzo dall’ira sembrava un diavolo uscito dall’Inferno.
    “Cosa fate ancora persi in codeste campagne? Non sapete nemmeno legger le indicazioni che vi fornii stamattina? Come si puote perdersi tra un quadrivio e tre bicocche?”
    Roberto alzò un dito a mo’ di scusa: “Duce, li quadrivi eran almeno sette… E poi io l’orienteering non l’ho mai saputo fare”
    “Silenzio! Non so proprio come possa avervi scelto per questa impresa. Raggiungete gli altri, lesti, seguite lo cavallo mio di gran carriera.”
    Mestamente il carretto trottò fino a raggiunger l’accampamento della Compagnia di ventura delle Valli della Marca.
    Un filo di fumo si alzava tra i tre carri posti in cerchio e varie figure rosse si muovevano svogliate, caricando legna o dando un po’ di erba da mangiare ai ronzini. Una rastrelliera storta reggeva una sfilza di bastoncini mentre calzari variopinti e zaini erano sparsi ovunque sul terreno.
    Più che un accampamento sembrava un campo di appestati.
    “Ben arrivati” Andrea da Recanati e Flavio uscirono dal campo per accoglierli “Iniziavamo a temer per la sorte vostra.”
    “Che poi se ve perdevate era pure meglio” aggiunse Umberto sgranocchiando una noce che aveva rubato da un albero lì accanto “Che già lo poco mangiar potevamo spartir in meno.”
    Patrizia, ferma lì vicino, gli lanciò un’occhiataccia e porse loro una fiaschetta di vino “Tanto c’è poco per tutti e fame in abbondanza.”
    Al posto della replica si udirono ancora le urla del cavalier Renato, quella mattina particolarmente focoso.
    “Ancora silenzio, vi impongo! Ammucchiatevi tutti a lo centro del campo Marzio che abbi a darvi, finalmente, una buona notizia.”
    “Sarebbe anco ora” azzardò Tetti poggiata su un carro con le braccia conserte “Che nell’ultimo mese non partecipammo che a Race perdute, assalti inutili e miserrime disavventure.”
    “Mala tempora non currunt” proclamò Renato agitando il bastoncino e rizzandosi in piedi sulla sella del destriero “Li tempi cupi sono finiti! Ecco, vedete quel carretto avvicinarsi? Sono le nostre compagne che tornan da San Severino.”
    Flavio aguzzò lo sguardo: “Vedo Cristina da Recanati, donna Rosanna dei Montevederdi e le sorelle Pallotta ”
    “Le sorelle Pallotta? Sai che vista” sbuffò Umberto mangiandosi pure il guscio di noce.
    “Silenzio, omeni sanza fede e sanza rispetto” urlò Renato mentre la stessa Tatiana cercava invano di placarne l’ira. “Non vi ho forse promesso sempre terre, ricchezza e cibo?”
    Tutti alzarono gli occhia al cielo e un lungo sospiro agitò l’aria come un refolo di vento. “Per ora, Duce, di nuovo vedemmo solo lo ciambellone di Vanessa. Oltre a erba di campo di ogni sorte.”
    Il carretto si fermò facendo scendere i nuovi arrivati. Serena e Sara iniziarono a scaricare ceste in vimini, coperte da panni, mentre Rosanna e Cristina tiravano giù borse in pelle e bottiglie.
    “Ecco lo gran carico” fece Serena togliendosi il cappuccio dal capo e scoprendo i capelli rossi “I preti abbondarono le quantità solo al vedermi comparire.”
    “Perché ti scambiarono per strega, dal colore dei tuoi capelli, sorella mia!” la rimbeccò Sara flemmatica.
    La Compagnia sgranò gli occhi di fronte al contenuto del carico: pani, salumi, formaggi, torte salate, dolci di ogni sorta. E vino novello, liquori corroboranti, frutta secca e di stagione, impasti di latte di capra, erbe e ogni altro ben di Dio.
    “Non credo ai miei occhi” fu il commento unanime. Umberto sbiancò e per poco non cadde a terra svenuto.
    “Su ordine de lo buon Vescovo di San Severino” attaccò Renato soddisfatto indicando i cibi con ampio gesto della mano “Li frati della zona, et li forni et li speziali prepararon tali prelibatezze sotto gli occhi attenti delle nostre amiche et con le loro ricette. Mirate li dolci al formaggio, lo pappone a ricotta e frutti del bosco, la torta densa d’odori e povera di zucchero e lo torrone nocciolato. Il resto lo mise lo vescovo stesso.
    “E per quale miracolo” chiesero assieme Andrea e Maurizio “Tutto codesto mangiare a noi fu fornito?”
    “Qui vi volevo, malfidati e sanza grazia di Dio” Renato scese da cavallo con un agile gesto e iniziò a aggirarsi per il campo come un leone in gabbia, sferzando l’aria con ampi gesti delle braccia. “Che mai avete in me riposto fiducia.”
    “Viste le recenti disfatte” lo rimproverò Serena “Non c’era di certo di molto da attendersi…”
    “Ed invece no! Tatiana, estrai al cartapecora e porgimela all’istante.” Lo cavalier attese che il foglio finisse nelle sue mani, lo srotolò e lesse:
    “Noi, Vescovo di San Severino, concediamo a lo cavalier Renato da Civitanova il possesso del castello di Ercito, con tutti li privilegi legati alla riscossione delle tasse et li pascoli et le ricchezze de lo borgo oltre alla sovranità su li abitanti suoi.”
    Un mormorio di stupore si diffuse nell’aria.
    “Dunque…” disse Patrizia incredula “Avemo ereditato uno castello?”
    “Con denari e case annesse?” rincarò Sara sgranando gli occhi.
    “Et dominio su li abitanti?” replicarono Vanessa e Adriana scendendo di corsa dal carretto.
    “Et terre e pascoli?” fece eco Rosanna.
    Renato sorrise trionfante: “Esatto.”
    Andrea fissò stupito il cavaliere “E perché mai cotanta grazia?”
    “Lo nome et la fama de le nostre gesta è arrivata financo in questi luoghi”
    “Che gesta?” mormorò Patrizia con fare ironico.
    Renato sussultò per la rabbia: “La gran gara di San Gusmè! La liberazione del Cristo delle Marche! Li camminamenti dell’Abbazia di Fiastra e per li infidi lidi sabbiosi in su la costa!
    “Che lo prelato di San Severino abbia perso la ragione?” chiese Serena, ricevendo una gomitata da Tetti per farla tacere.
    Renato la ignorò: “Ne lo frattempo lo santo vescovo ci fa dono di cibi et bevande. Al mio via scatenate le mandibole, che lo Signor solo sa se ne avemo bisogno.
    Non se lo fecero ripetere due volte, visti i mesi di digiuno e tribolazioni. E tanta fu la voracità e così terribili gli episodi famelici che lo stesso Guarnera si rifiutò di trascriverli!
    Fatto è che solo dopo una decina di minuti nulla rimaneva nelle ceste, nelle borse e nelle bottiglie, eccezion fatta per qualche rara briciola sparsa nell’erba bagnata.
    La Compagnia attizzò il fuoco mettendo su acqua bollente e un infuso d’erbe rarissime che Tetti chiamo in modo oscuro “Caffè” e che a suo dire aveva capacità sulla concentrazione e velocità di digestione.
    “Aveo dimenticato cosa volea dir lo esser sazia” confessò Serena trangugiando una sorsata di liquido bollente. La seconda, di sorsata, gli venne tirata addosso per errore dalla sorella che ne rovesciò un boccale sulle sue gambe.
    Rinfrancati dalla mangiata e ben allegri subirono l’ultima debole sfuriata di Renato, anche lui per una volta sonnolento, e si incamminarono per l’erta via che conduceva al paesino di Ercito.
    Dopo un’ora avvistarono, su un picco brullo e scosceso, un pugno di case bianche abbarbicate in precario equilibrio.
    “Ecco lo nostro nuovo possesso” fece Renato in tono trionfale ”Arranchiamo su per lo sentiero e prepariamoci all’entrata trionfale. Serena e Sara! Alziamo le insegne della Compagnia. Cristina e Vanessa, sventolate fazzoletti e stracci rossi in segno di festa. Umberto e Andrea: suonate le trombe.
    “Che trombe, Duce? Mai avute.”
    “Allora fate lo suon con la bocca, che tanto è lo stesso. Roberto: tira fuori penna d’oca e immortala lo momento storico. Adriana, Patrizia e Rosanna: cantate un’ode di grazie al Vescovo.”
    “Ma semo stonate!”
    “E cantate lo stesso, per il sangue di Giuda. Che tutto lo paese sappia che lo nuovo signor sta arrivando!
    La Compagnia, tra strimpelli, versacci e note stridule, risalì il percorso pieno di buche fino a arrivare alle porte dell’abitato.
    Una strada deserta li accolse, piena di grandi escrementi di vacca sparsi ovunque. Le poche case, viste da vicino, si rivelavano ora malridotte o in rovina. Non volava una mosca e il silenzio era assoluto.
    Renato scese da cavallo “Senza dubbio li abitanti si sarann rifugiati per timore nostro. Ora li chiamo.”
    E così dicendo urlò lo nome suo annunciandosi come lo nuovo signore di Ercito.
    Solo dopo una decina di minuti si presentò un bifolco, sporco, con le vesti strappate, accompagnato da una pecora denutrita senza neppure un po’ di lana addosso.
    “Finalmente” Renato si fece avanti e lo minacciò con bastoncino “Ecco un abitante. Tu. Guidaci in paese.”
    “E voi chi avreste da esser, di grazia?” domandò curioso il tizio.
    “Io son Renato da Civitanova, lo nuovo signor tuo e di tutti i tuoi compaesani, e queste son le schiere mie.”
    L’altro li fissò come se fossero tutti matti: “Compaesani? Ma lo paese è disabitato. Fuirono tutti dopo lo gran terremoto de lo scorso anno, che lasciò solo rovine.”
    Renato sbarrò gli occhi: “Che dici, miserabile. Lo Vescovo stesso mi diede in regalo questi possedimenti.”
    “Possedimenti? Solo uno gran debito verso la Chiesa di Roma avea Ercito. Le terre furono confiscate, i greggi aggregati ai signori degli altri castelli.”
    “Vigne? Orti? Frutteti?” chiesero disperate Tatiana e le altre
    “Chi più le vide?” rispose quello con un’alzata di spalle. “Ripeto, solo i debiti rimangono. Giù in città si dicea che uno nuovo cavaliere avrebbe provveduto. Siete voi venuti per saldarli?”
    Renato deglutì a vuoto: “Quindi lo debito a Roma è trasferito a chi possiede lo castello?”
    L’uomo assentì: “Questo si dice.”
    Un silenzio carico di tensione scese sulla scena.
    “Semo fritti” commentò Roberto.
    “Lo gran carico di denaro finirà sulle nostre spalle, altro che lo Buon Vescovo!” replicò stizzita Tatiana guardando di traverso il marito.
    Renato ci pensò su un lungo secondo, mentre tuti pendevano dalle sue labbra.
    “Insomma!” sbraitò mai domo “Non tutto è perduto. Vedete le casupole et le strade et la piccola chiesa di Ercito? Esse sono nostre, ora. Le venderemo o le daremo in concessione a frati e viandanti, traendo bono guadagno da tale operazione.”
    Il bifolco scosse il capo.
    “Ma che volete dare in concessione o vendere, messere. Non si puote.”
    “Perché mai?” chiese scontroso Renato.
    “Perché da sei mesi Ercito è in preda a lo malo morbo”
    “Prego?”
    “La peste!”
    All’udir quel nome tutti saltarono indietro spaventati. Non ci fu bisogno neppure dell’ennesimo comando: in un fuggi fuggi generale tornarono ai carretti e si precipitarono giù per la discesa, pestando escrementi di vacca e perdendo pezzi di tela, ceste vuote e indumenti lungo la via.
    Si ritrovarono in fondo alla valle più sporchi e miserabili che mai.
    Il sole tramontava dietro i picchi e un vento freddo risaliva la valle sferzandoli in viso.
    “Carcati di gran debito e signori di un borgo fantasma.” Commentò con fare sconsolato il cavaliere ancora con il fiato corto. “Lo fato gioca con noi come lo gatto con lo topo.”
    “E noi semo sempre lo topo, però” Umberto si carezzò la barba nell’abituale gesto pensieroso.
    “E ora? Che facemo?” fu la domanda che sorse da tutte le bocche femminili.
    Renato trasse un profondo respiro, divenne ancora una volta paonazzo, gonfiò il torace, imbracciò il bastoncino e esclamò orgoglioso: “Se lo destino ci è avverso noi lo scansaremo come appunto lo topo scansa la caccia del gatto!”
    “Quindi? Non è che si è capita molto bene ‘sta metafora…” lo rimproverò Maurizio.
    “Fuimo da queste terre e torniamo a li lidi nostri. Passeremo lo inverno lungo la sabbia umida a sgambettar tra l’onde e l’aria salsa, in cerca di gloria in loco, almeno finché la primavera non tornerà a scaldar l’animi. E poi la Compagnia ripartirà di nuovo!”
    “Partirà per dove, Duce’” chiesero Roberto e Andrea preoccupati.
    “Ovunque nella Marca nostra vi sia un sentiero da percorrere, un bosco da esplorare, una chiesa da visitare. Dio lo vuole!”
    “E per magnà?”
    Renato toccò la pancia in un gesto eloquente “Pranzo al sacco! Che altro, in effetti, permetterci non potemo!”

  2. Stefano Vesprini Stefano Vesprini scrive:

    Fortissimo,Roberto
    Complimenti

  3. Roberto Guarnieri Roberto Guarnieri scrive:

    Ormai si scrivono da soli… la realtà supera la fantasia!!

  4. Sara Pallotta Sara Pallotta scrive:

    Fortissimo Roberto davvero divertente !!
    Complimenti !!!
    Una bellissima giornata, ancor più apprezzata dopo una lunga assenza alle uscite domenicali !
    Grande Renato !!

  5. Renato Vita Renato Vita scrive:

    Come sempre godibilissime le trasposizioni romanzate di Roberto (in realtà pensavo che avrebbe scherzato di più sulla fatica fatta per ‘metter le schiere mie’ in linea d’assalto fra gli alberi)… Roberto dicevo che, noto con piacere ‘et anco orgoglio’ come direbbe lui, sprona, da bravo seguace, alla più ‘nutrita’ partecipazione a queste ‘imprese’, anche perché, come noto, ogni lasciata è persa ed ogni ‘allenamento itinerante’ è unico.
    Come sempre un grazie a tutti i partecipanti che col loro spirito di gruppo e voglia di condivisione creano le condizioni ideali per divertirsi e tornare a casa con uno e più sorrisi.
    Ad onor del vero,Roberto, la pecca è proprio ‘l’arte di Ciacco’ che dopo l’editto del Conca solo ‘cibo al sacco’ è diventata una roba difficile da reggere e sempre più ‘nostra sorella’ glicemia vediamo crescere. Guardate i dolci delle foto! … che vi siete persi!…

  6. Adriana Castelli scrive:

    Complimenti Roberto,molto divertente!!!Finalmente anche noi facciamo parte della trilogia…
    Bellissima uscita,ancora una volta Renato è riuscito a stupire tutti i suoi soldati, e brave alle cuoche red!!!

  7. Andrea Pretini Andrea Pretini scrive:

    Grazie Roberto, la saga della Compagnia dei bastoncini è sempre più inquietante e divertente.
    Averne il privilegio di partecipare agli episodi è motivo di orgoglio e gratitudine.
    Allora grazie a Renato ed a tutti gli amici per le piacevoli e spensierate uscite in luoghi a volte poco conosciuti ma veramente magici della nostra bella “marca”.
    Alla prossima

  8. Antonietta Valeriani scrive:

    Ancora un allenamento itinerante in un angolo della nostra Marca splendido! Unico sia per il paesaggio, con la camminata in mezzo a piante di faggi secolari, sia per la sempre ottima compagnia, un miscuglio di Red e Green, sia per il pranzo al sacco molto “soft” tanto da mandare il nostro cantore Roberto in un coma iperglicemico che gli ha permesso subito di avere quelle visioni che ha poi sopra trascritto!!! ;-)
    P.S.:….fortuna che ad Elcito c’era la peste, altrimenti chi aveva l’ardire di vivere arroccati in quel cucuzzolo?!? Alla prossima compagni di ventura o amici di sventura

  9. Patrizia Mataloni Patrizia Mataloni scrive:

    Ho provato una certa emozione nel ritrovarmi citata nella trilogia di Roberto!!!!Che dire.. oramai abbiamo tutto quello che mai si poteva desiderare …la fama!!!
    Bella la trama , devo dire molto fedele agli eventi…Roberto sei un narratore attento e ricercato sia nella forma che nel contenuto ed il nostro cavalier Renato come sempre sa condurci nel mondo delle favole , tra foreste incantate e misteriosi castelli…….

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