N42 – Memorial Alberto Gorini

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N42 – Memorial Alberto Gorini --- Mestre - 26 nov 2017 - 07:00

N42_fbDomenica 26 Novembre proponiamo ai nostri soci la partecipazione alla manifestazione N42 organizzata dagli amici di Mestre per ricordare il loro fondatore Alberto Gorini ad un anno dalla scomparsa. La maratona e la mezza maratona di NW, gare previste anche dal regolamento FIDAL (che Alberto ha contribuito in modo significativo a redigere), in questa occasione non saranno competitive ma contribuiranno a catalizzare in quel di Mestre molti dei partecipanti all’ultimo Campionato Italiano per mettersi alla prova nel ricordo di chi ha dedicato molto del suo tempo e tutta la sua passione a questa disciplina.


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nordic walking N42


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8 commenti su “N42 – Memorial Alberto Gorini
  1. Simone Marzorati Simone Marzorati scrive:

    Per non far torto all’immaginario che ormai aleggia intorno a questa Associazione, che cotante imprese quest’anno ha interpretato, e da involontario unico inviato,
    riporto il resoconto della N42-Nordic Walking Marathon, con il tono e lo stile che gli si addice (in piccola parte…).
    L’unica cosa che posso dichiarare è che ciò che leggerete è tutto, nei minimi particolari, accaduto davvero.
    —————————————————————————————————-

    N42, ovvero l’Epica Lagunare

    Perplessità, incomprensione, scetticismo… questo il clima che mi circonda, quando oramai è chiaro che sono l’unico ad aver aderito a quella che tutti considerano una follia.
    Partecipare alla maratona di Nordic Walking.
    42 chilometri di ininterrotta camminata e poderose spinte sui bastoncini che si protrarranno per ore.

    Ma la filosofia del NONOSTANTE abbatte muri e barriere all’apparenza indistruttibili.
    Nonostante la distanza mai percorsa tutta d’un fiato, Nonostante la mancanza di un allenamento specifico, Nonostante prevedessero avverse condizioni meteo, Nonostante la lontananza del campo di gara, Nonostante la partenza fosse molto presto la domenica mattina, Nonostante il freddo annunciato…
    …Io la voglio percorrere.

    E allora ecco, la fatidica mattina del 26 novembre 2017, ore 6.45 esco dall’albergo. Il custode si affaccia a vedere il tempo, mi squadra dall’alto in basso: io con un giubbottino rosso antipioggia con su delle scritte bianche che a lui sicuramente appaiono incomprensibili; pantaloni neri tecnici e scarpe da impresa. A tracolla sulle spalle porto una strana sacca, stretta e lunga, nera… ancora adesso l’ignaro custode si sta chiedendo cosa contenesse.
    Ha il coraggio di accennarmi una sola frase: “Non è proprio una bella giornata per uscire…”. E io: “nel pomeriggio forse migliora”. E lui, distrattamente e inconsapevole di quello che mi aspettava: “aaah! Non mi importa, comunque vada, io dopo pranzo mi metto a letto e dormo!”.
    Lo congedo con un saluto di cortesia e lui ricambia con un vago cenno di benedizione. Apro l’ombrello ma probabilmente non sarà sufficiente a coprirmi dalla pioggia che cade decisa ma con direzione casuale, visto la presenza del vento che mi lascia presagire che la situazione si mette abbastanza male.
    Il cielo è nero, anche se ormai almeno una parvenza di aurora avrebbe dovuto illuminare l’orizzonte.
    Il campo è a solo mezzo chilometro e io tra una pozza e l’altra, evitando le ondate dalle macchine di passaggio, arrivo alla Porta Rossa. Qui fortunatamente vedo arrivare uno sparuto gruppetto di persone che trasporta borse e bastoni sotto braccio.
    <> penso. “Anche voi siete qui per la maratona?!”. Occhi sgranati, momento di imbarazzo e poi una signora rompe il silenzio con la tipica cadenza veneziana: “No! no! non semo qui per chesto!!!”.
    Effettivamente, ora che sono vicino, noto che tengono in mano un paio di ciaspole e quelli che avevo scambiato come bastoncini da nordic in realtà sono da neve… <> rimugino, mentre li abbandono al loro destino e varco la soglia del parco, cercando il punto di raccolta.
    Finalmente, in lontananza un enorme gonfiabile arancione indica la partenza.
    Arrivo, mezzo zuppo, con valigia, zaino e bastoncini, dove degli operosissimi locali stanno allestendo i gazebo per la manifestazione. Sono un po’ indietro perché fino a quel momento il vento ha sferzato senza pietà.
    Allora, rannicchiandomi sotto l’unica copertura allestita, attendo l’arrivo di qualcuno dei partecipanti… sono il primo! (e sarà anche l’unico momento della giornata in cui lo sarò…).

    Tralasciando il chilometro che non verrà certificato, di andata e ritorno dallo spogliatoio, ritorno e ad un tratto, come apparso dal nulla, misterica presenza, davanti a me si palesa Pino. (Sì, Pino lui, chi altri!).
    Scambiamo due parole e poi subito capisco che oggi sarà una giornata che verrà ricordata nella mitologia del nordic italiano: Pino mi pone tra le mani un Hercules.
    Chi più di Ercole potrebbe rappresentare l’esplorazione di nuovi mondi, il superamento di confini oltre il quale regna l’ignoto, chi più di lui rappresenta l’espressione di forza e sfida degli agenti naturali: quella forza, la quale oggi sarà necessaria per superare l’ignoto…del nostro fisico e della nostra mente.

    Ci siamo, siamo pronti. Lo starter, oltre a ricordarci per chi cammineremo (ed è grazie ad Alberto che siamo qui oggi), ci incita facendoci riflettere che saremo i primi in Italia a fare una maratona di nordic. (Sì, ma dobbiamo anche arrivare in fondo!)

    Un respiro… e via. Pieni di entusiasmo, di carica, di passione.
    Non lo so dove arrivo, non lo so se ci arrivo… sarà tutta una scoperta.
    Subito si delinea la conformazione del gruppo. In quattro partono a scheggia che neanche nella Race… Io tranquillo, mi allineo a metà gruppo, dove l’andatura è abbastanza sostenuta ma tra le fila si chiacchiera e scherza senza ansia da prestazione.
    Il parco si estende intorno a noi, percorriamo le stradine asfaltate e mi meraviglio dell’estensione di quest’area pubblica. Ne usciamo solo dopo i primi chilometri di percorrenza.
    Ora si percorre il lato lagunare: sotto di noi, i canneti che si immergono nella palude che circonda la distesa d’acqua sbarrata da una grigia ma altezzosa Venezia; essa si esibisce con tutti i suoi campanili, le torri, sfidata dalla solita nave da crociera che si appoggia un po’ troppo.
    Le nuvole sono cupe, un velo scuro che ci sovrasta e inizia a scaricarci addosso la sua animata rabbia. Percorriamo un lunghissimo rettilineo su strada sterrata, infinito, insondabile, umido, molto umido.
    Mi sembra di aver già percorso i chilometri in cui mi attendevo il primo ristoro… eppure si cammina, sotto la pioggia, e nulla si vede all’orizzonte. Quando il rettilineo infinito finisce, curvo e davanti mi trovo suo fratello. Rimango un po’ sconcertato perché una vaga memoria della mappa del percorso mi indicava che ci saremmo addentrati nell’entroterra ma probabilmente quella svolta era ancora più lontana.
    Però finalmente il primo ristoro: e la prima vera colazione (non potevo pretendere che il custode dell’albergo mi cucinasse dei manicaretti a quell’ora…). Succosissimi pezzetti di mela, un the caldo, un po’ di frutta secca… aaah… una bella sosta. Sì, non più di 60 -65 secondi… e poi via, perché il vento è aumentato e subito ci si fredda.
    Costeggiando un canale, si fa una profonda andata e ritorno lungo un viale alberato, sterrato, allagato ma compatto… e finalmente vedo un cartello che indica i chilometri percorsi (il tempo e lo spazio, senza riferimenti, si deformano a piacere della nostra mente e dei nostri desideri inconsci, quasi subito).
    10 km !!!!???!!! solo 10 km… Bene (cioè bene, relativamente…), adesso so a che punto sono e posso decidere come procedere.
    Ormai, quello che era un gruppo è diventato una nuvola sparsa di puntini vaganti, quasi ognuno per la sua strada. Io per ora procedo solitario, con i miei pensieri e per ora mi autosostengo. Ma percepisco che più avanti una camminata condivisa potrebbe essere di sostegno (ancora non so che sono io già di sostegno ad altri…).

    Adesso è dura: ci inoltriamo per la campagna, prima sopra ad argini erbosi e spioventi di larghi canali che lentamente ci scorrono accanto, placidi e di un grigio lucente, in contrasto con la furia degli agenti atmosferici.
    Infatti, inizia un lungo tratto in cui spira la bora, gelida e implacabile che raccoglie tra le sue spire le gocce di pioggia trasformandole in spilli che scaraventa dritti sulle nostre facce. Non penso a perché l’ho fatto, non penso che risulta davvero una follia: ho un unico pensiero. Mettere un piede davanti all’altro, inchiodare un bastoncino dopo l’altro a terra e procedere, senza sosta con la convinzione che prima o poi ne sarò fuori. Fa solo parte del gioco, un gioco all’aria aperta che si chiama Nordic e mai sarà uguale a sé stesso.
    Le impugnature dei bastoncini si trasformano in lame di ghiaccio che impallidiscono le mani, le quali non possono permettersi di interrompere la tipica cadenza apri-chiudi.
    Il secondo ristoro è pari ad una visione eterea, che da sfocata diventa pian piano più limpida. Due bicchieri di the caldo mi rimettono un attimo in sesto per i prossimi sei chilometri fino al ristoro successivo. Nel mentre cala un po’ il vento e la pioggia si rimette in linea con la forza di gravità. Dopo quello che immagino sia il quindicesimo chilometro, si presentano i primi indolenzimenti alla schiena, compagni di una vita che oggi faranno festa.
    Nonostante la distanza percorsa inizi ad essere significativa, ho la lucidità per cogliere i mutamenti del paesaggio: dal parco, alla laguna, agli argini, ai campi coltivati fino a qui: un bosco in cui ci immergiamo quasi uno alla volta. Qualche lesto camminatore ha approfittato di quella manciata di secondi in più ai ristori per recuperarmi, mentre due figure nere mi camminano davanti a duecento metri e cascasse il mondo che riesca ad avvicinarli. Quasi come ludico sfottò si fermano pure tra la boscaglia per un pit-stop e poi magicamente sono lì piazzati sempre alla stessa distanza… misteri della cosmologia nordica.
    Il bosco è incantevole, il sentiero coperto di foglie e un po’ scivoloso ma si cammina abbastanza bene. Siamo ai 20 km. Guardo il tempo e mi accorgo che l’andatura è maggiore di quel che mi ero prefissato e forse anche per questo la fatica già si impossessa della parte inferiore del corpo.

    Ma è qui che si inizia a scoprire la forza e l’aiuto che arriva fin dal più piccolo gesto che compone la tecnica nordica. E cerco di mettere in pratica quello che in teoria mi ero deciso a dimostrare: l’utilizzo della Regolarità. In mano ho due metronomi che scandiscono il tempo con il loro ticchettio metallico e cerco di tenerli costanti, prolungati nella loro cadenza. Ed è in quel momento che scopri, ti percepisci e ti rigeneri (per quel che puoi). Altrimenti non sarei riuscito a stare al passo dei tre nuovi compagni di camminata che hanno uno stile e una tecnica davvero lodevoli. Perciò non perdo l’occasione per guadagnare quell’aiuto che mi sentivo sarebbe stato utile.
    Siamo in quattro, appaiati in coppia, in movimento sincrono e costante. Una locomotiva i cui ingranaggi sono legati dalle spinte sui bastoncini, una impercettibile progressione alimentata dai gesti che ognuno trasmette agli altri. Non me ne accorgo subito, perché la mente è concentrata, fissa sul movimento, legata ad ogni muscolo: stiamo andando ad una velocità che dopo 25 km non l’avrei mai pensato. E nonostante l’intensità sia notevole e duratura, il respiro è calmo, lento e rilassato, percepito dalla mente come distaccato dallo sforzo che sta facendo l’intero corpo.
    Credo che sia questo che bisognerebbe cercare, esplorare, raggiungere ogni volta che si agganciano e si impugnano i bastoncini.
    Il quartetto ad un certo punto si sfalda. Uno pit-stop, l’altra in attesa, io continuo al mio ritmo e lei, sconosciuta furia della natura aumenta e va verso l’orizzonte. Oggi c’è gente tosta da cui prendere esempio e ammirare.

    Il paesaggio muta e di nuovo mi trovo in mezzo a campi sconfinati. Il diluvio si è lasciato dietro il fango dove ora scivolo e mi impasto. E quindi ti viene in mente di applicare tutte le tecniche che conosci più qualcuna nuova che ti permetta di saltare acquitrini melmosi, trovare appoggi solidi e risparmiare un po’ di energia.
    Ad un certo punto inizi ad attaccarti ad ogni tuo tendine, lo tiri, lo chiami in aiuto. Inizi a correggere ogni piccolo movimento, anche il più infinitesimo perché devi assolutamente risparmiare ogni inutile dispersione di energia. E allora ti ricordi di ogni allenamento, ti riemergono gli esercizi che a volte a qualcuno appaiono inutili, e li ripeti tutti pur di rimanere composto ed essere ancora efficiente.
    Alla fine scopro che gli arti superiori, imperterriti, rimangono leali fino all’ultimo, non ti abbandonano come invece iniziano a fare quelli inferiori.
    Accanto al percorso si solleva con un battito di ali un airone cinerino. Poco dopo, al di sopra di un filare di alberi, tra le chiome spunta un altro airone, questa volte bianco, candido come la neve. Mi affianca, qualche metro al di sopra della mia testa e staziona, controvento, sospeso, con lenti sinuosi movimenti. Poi si gira, curva e impenna, sollevandosi con maestose ali. Mentre si allontana, rimango come incantato a guardarlo e la mia mente reinterpeta la visione del volatile come un’araba fenice che risorge dalle mie ceneri. Scherzi della stanchezza…

    La stanchezza si aggrappa al sistema nervoso, tutto inizia a diventare un po’ fastidioso. Tipo il rumore di bastoncini che si avvicinano. Ti sembra che gli altri non facciano fatica, che ti risucchino. Ma in realtà il gruppetto che mi tallona per il momento non riesce a rodermi neanche un metro. Ma poi… ristoro, e si riparte insieme. Adesso tre nuovi improvvisati amiche ed amici veneti mi si mettono davanti, ma ad un certo punto rallentano leggermente e mi fanno spazio. Una di loro mi legge la schiena: “da dove vieni?… Valliii?? Valli d-el-la Maaar..”. Intervengo “Valli della Marca. Da Civitanova Marche”.
    E dopo tanto sforzo, capita pure la lode: “Signoriii!! L’è gnù dalle Marcheee! Per noi è facile giocare in casaa!! Che onore! siamo onorati di camminare con te, amico marchigiaano!”. Nascondo le mie origini…, troppa fatica dopo quasi quattro ore disquisire. Da solo non posso vincere il premio per il “gruppo” che viene da più lontano e neanche ci sarà. Ma soprattutto dice: “E grazie, sai? Hai un passo regolare. Abbiamo rallentato perché non avevamo più il nostro riferimento davanti. Tiraci ancora che è 30 km che ti seguiamo a distanza. Il nostro punto fisso, il giubbotto rossoo!”.
    Ma, cari amici del posto, ora scappate là davanti, dopo il 33° km quando la discesa da un sadico cavalcavia le ginocchia mie si porta via.
    Rallento, per forza. Mancano otto chilometri, quindi più di un’ora all’andatura alla quale procedo in questo momento. Bisogna gestire, andare tutto di braccia che ancora vigorose mi sostengono e spingono in avanti.
    Sono già contento, ma non soddisfatto. L’arrivo è la soddisfazione, quella meta agognata da tempo. C’è spazio per qualche residua energia che carpisco totalmente con la sola forza di volontà, con il desiderio di arrivare.
    Ed ecco il parco, verde, pianeggiante. L’arrivo è lì, ma ci giriamo intorno. E gli ultimi chilometri da un lato sono davvero il più profondo dei gironi.

    Ma l’aria ora è tersa, l’orizzonte si è rasserenato lasciando trasparire raggi di sole che accendono un arco alpino innevato. E con questa immagine, inebriato dall’aria ormai frizzante, secca e pulita, finalmente oltrepasso l’arco del mio personalissimo, piccolo, grande, trionfo.

    —————————————————————————————————-

    Solo per i più competitivi che devono avere un riferimento da battere, ecco il tabellino di marcia che son riuscito a memorizzare:

    Partenza ore 8.20
    Ai 20 km : 2h 50min
    Ai 25 km: 3h 36min
    Ai 30 km: 4h 20min
    Ai 35km: 5h 07min
    Arrivo 42 km: 5h 47min (il primo è arrivato a 5h 07min…)
    Velocità media 7,2 km/h

  2. Renato Vita Renato Vita scrive:

    E bravo Simone … doppiamente bravo per lo scritto e … l’orale, per aver partecipato ed essere arrivato fino in fondo, con un tempo neanche tanto male … quello è venuto dopo … il male … intendo. Questa sera pubblicheremo qualche foto, il sottoscritto ha fatto solo 21 km e quindi ha avuto il tempo e la ‘forza’ di scattare qualche posa da affiancare a questo ‘epico’ racconto di Simone … e vedrete che non vi sfuggirà la precisione e lucidità delle sue descrizioni.
    Ci siamo prenotati per il prossimo anno … e saremo sicuramente più di due …

  3. Roberto Guarnieri Roberto Guarnieri scrive:

    Un saluto, anzi una ovazione ai nostri due eroici partecipanti a quella che è già un’impresa epica da libri di storia.
    Un’avventura che avrebbe fatto felice lo stesso Omero: “Cantami o Diva del Divin Simone le nobili gesta” (però, mi verrebeb voglia di scrivere un pezzo dell’Iliade, anche la Renateide)
    Dopo i Trecento delle Termopili ecco il Duo di Venezia, con Leonida Vita e il suo allievo che sacrificano le gambe, contro i 500 persiani, in difesa dell’onore delle Valli Della Marca!

  4. Antonella Monti scrive:

    Quello che qui vi scrive è Andrea (che non si ricorda la password e sfrutta quella di Antonella):

    ONORE AI DUE FOLLI DELLA MARCA!
    Ecco cosa riporterà la lapide commemorativa che vi faremo dopo una raccolta fondi appositamente messa in atto per i superstiti di cotanta impresa.
    Tosti, come solo due marchigiani doc (o taroccati doc) possono essere, i nostri, con sprezzo del pericolo, e totale abnegazione alla causa, hanno scritto la Storia del nordic con sangue e cartilagine.
    Dunque ai posteri le vostre ossa (quelle che restano) e la vostra memoria.
    E a monito di coloro che al grido di Jobs, come voi, hanno seguito l’intrepido motto: “SIATE AFFAMATI, SIATE FOLLI!”, resti quest’epica impresa stampata nelle menti.
    E grazie al poeta e vate allenatore che delle mirabili gesta, a noi mortali, donò orgogliosa narrazione.
    Dal prossimo mercoledì sarà diverso lo sguardo che dal Fermano ostello getteremo lungo l’impervio cammino, ché più gagliarda e tosta sarà la forza in queste nostre gambe avendo a noi vicino quel mitico Simone che da Venezia rtorna da vero vincitore.
    Dunque a voi le lodi, a voi gli allori e il meritato riposo.
    Saluti e abbracci, o Prodi!

    • Simone Marzorati Simone Marzorati scrive:

      Ah ah ! Grande Andrea! :-) )
      Aspettavo al varco che anche tu ti esprimessi, tra i compositori della Marca. Bell’inizio!

      Se solo io e Renato fossimo ispiratori anche solo di uno di voi, bhè, già tutto non sarebbe vano!

      Antonella!, visto che tu te la ricordi la password,… non fare la parca di commenti ;-)

      A presto!

  5. Renato Vita Renato Vita scrive:

    Finalmente un rappresentante del gruppo di PSG entra nel ‘ristretto’ (PURTROPPO PER ATAVICA PIGRIZIA) gruppo di commentatori … per giunta con una grande VERITA’… la Storia (con la S maiuscola) scritta con la CARTILAGINE!
    Bravo Andrea! o se preferisci lo pseudonimo … Brava Antonella!

  6. Antonella Monti scrive:

    Niente a che vedere con una maratona ma
    bellissimo allenamento stasera,
    stregati da una presenza…
    la luna rossa, all’improvviso, dalla scogliera!

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